Togliamoci le catene

L’ho scritto tante volte ma poi, quando ricapita, mi stupisco sempre e mi do del pirla: parlo dell’immotivata paura e di quel presentimento quasi di inferiorità, probabilmente dettato dal rispetto che ho per la tifoseria locale, che mi prende prima di una trasferta contro una delle tante squadre che ho invidiato nell’ultimo ventennio. Per me Livorno è una curva fortemente politicizzata (pure troppo, a prescindere dal colore che non mi interessa) che riempie il primo anello di San Siro ma non solo, che trasmette un calore costante, che porta i vari Lucarelli, Protti e Diamanti a segnare ed incantare, e che non passa come una delle tante tifoserie magari con grande mentalità e numeri, ma che rimane abbastanza anonima nel panorama italiano ultras. Sono sempre felice quando c’è da fare queste trasferte che comunque ho sognato per una vita, e nonostante ormai non siano più una novità ma una costante degli ultimi 4-5 anni (eccezion fatta per lo scorso campionato), il solito “minchia andiamo a Livorno” è stato il pensiero fisso della settimana. A Livorno ci ero già stato, vincendo e dominando, in un anno che poi ha visto i toscani promossi in A. Quel giorno c’era lo stadio pieno, colorato, che mi aveva impressionato seppur un pò meno rispetto alle mie aspettative, ma comunque degno di nota, e per questo motivo il livello di adrenalina era superiore al solito.

Il viaggio in bus è stato abbastanza tranquillo, trascorso tra una dormita, mille risate e un dolce alla nutella in autogrill che solo quello rappresenta già una valida motivazione al partecipare alle trasferta, fino a quando arriviamo a Livorno dove ci attendono le Fdo con qualche auto e tre moto pronte a scortarci. Secondo me non esiste categoria piu esaltata del poliziotti in moto, che sono i primi a divertirsi nello scortare i pullman di tifosi in trasferta. Con un gioco di accelerazioni e zig zag in tangenziale bloccano le auto che si immettono e ti fanno passare, con un preciso alternarsi tra loro: quando un centauro è fermo e blocca le auto, l’altro scatta avanti al prossimo innesto e così fino all’arrivo del settore ospiti. Prima o poi succederà una strage, perchè a furia di sorpassare e fare il pelo a bus e auto, qualcuno finirà in mezzo ai campi, ma tantè, finchè portano a casa la pelle si divertono pure.

Entriamo dentro: la delusione. Una curva, sia dal punto di vista numerico che da quello del calore, decisamente mediocre, soprattutto in relazione alla loro storia, e il resto dello stadio per nulla coinvolgente. Noi siamo un centinaio, metà dei quali in evidente stato confusionale post pranzo in uno dei locali in città, ma decisi a farci sentire. Fabri tenta di scaldare l’ambiente prendendosela con quelli alla nostra destra ma ottenendo scarsi risultati, lo Scarda se la prende con se stesso perchè “gla fò pù a vusà Vannu” (non ce la faccio pù a cantare) e io me la prendo con l’Ambrogione che a momenti mi cava gli occhi con l’asta della sua bandiera (però gli voglio troppo bene). Il clima è ideale, loro attaccano pur senza dare l’idea di segnare, noi che chiudiamo bene ma davanti facciamo poco. Fino a quando, in un’azione come ne avrò viste a milioni nella mia vita, dove un lancio lungo di solito si perde tra le mani del portiere in uscita che anticipa il nostro attaccante, questa volta succede che è il piedino di Pablo Gonzalez ad arrivare prima, ed è uno a zero. Va quindi in onda un secondo tempo di passione, dove loro tentano l’assedio, provano a tirare a ripetizione ma il nostro portiere parerebbe pure se si materializzasse davanti Pelè, e la sofferenza è comunque enorme. Lo Scarda è devastato, sembra essere l’attore del film “la passione di Cristo”, mi guarda e dice “gla fò pù Vannu, gla fo pù” ma io gli dico di non mollare. Triplice fischio, abbiamo vinto pure a Livorno. Metà del loro pubblico se la prende coi loro giocatori, l’altra metà se la prende con l’arbitro, ma a festeggiare siamo noi.

Probabilmente a Livorno la tifoseria è ai minimi termini causa cambio generazionale in corso, forse qualche dissidio interno e delusione per gli scarsi risultati recenti, tuttavia sono proprio queste trasferte che dovrebbero fare capire alla mia tifoseria (me per primo) che non siamo tanto peggio di molte altre. Parlo ora dei toscani perchè è la più recente, ma non è la prima volta che in giro ho assistito a prestazioni decisamente inferiori alle aspettative. Il mio appello quindi va a tutti quei concittadini che la sindrome di inferiorità ce l’hanno nel dna anche se giocassimo contro una giovanile, e li invito a togliersi di dosso quelle catene che sembrano avere e che li bloccano quando entrano allo stadio, visto che sembrano incatenati al seggiolino. Noi possiamo essere tanta roba, sappiamo trasmettere tanto calore, e se è vero che non potremo mai competere contro realtà che portano 20.000 persone o più allo stadio, siamo però alla pari di tante altre che quando noi giocavamo contro il Giorgione loro erano già all’Olimpico o a San Siro. Scateniamoci noi, sia chi va in curva che in altri settori, rendiamo il nostro Piola un luogo ostico e scomodo per le tifoserie ospiti, perchè entrare in uno stadio da ospiti e avere la percezione di giocare in casa è il peggior segnale che la tifoseria di casa possa dare alla sua squadra, oltre ad essere umiliante per chi ci crede e lavora per costruire qualcosa sugli spalti. Tornando a casa abbiamo pure trovato la squadra in autogrill, abbastanza tiepida e freddina nei nostri confronti. Ok, ci sono le nuove norme, i giocatori non possono parlare coi giocatori, la rava la fava e la vacca di mingori, tuttavia chi si aspettava qualche manifestazione di gioia superiore per il fatto che una cinquantina di tifosi erano lì in autogrill ad aspettarli, è rimasto deluso. Dimostrazione che la felicità e la pazzia dell’essere lì a scatenarsi debba nascere sempre da dentro di noi, per la nostra maglia e la nostra città.

Facciamolo da Sabato, tutti insieme.