Una storia di gente senza iPhone

Ore 6 del mattino di sabato 3 Ottobre 2015. Sono già tutto vestito e pronto per l’inizio della mia prima trasferta dell’anno. Mancano le adidas che sono sul balcone. Apro la finestra, piove, fa freddo. Mi chino a novanta che manco fossi Selen nel fior fiore della sua precedente attività per prendere le scarpe quando dalla tasca superiore laterale sinistra del mio parka scivola fuori l’aifon, cade per terra, rimbalza e con una traiettoria circolare arriva perfettamente parallelo a quei 4 cm di spazio tra il muretto del balcone e il muro della casa, passa lì in mezzo e cade nel vuoto, picchiando prima sul bordo del balcone di quello sotto casa mia per terminare perfettamente piatto nel lato schermo in cortile. Mannaggialamadonnaiddio esclamo urlando, infilo le scarpe, esco di casa e scendo in cortile facendo le scale a gruppi di 5 scalini alla volta, arrivo davanti a lui che giace in una pozza non di sangue ma di pioggia. Vetro frantumato e il video che si vede per circa un quarto e tendente al viola. Non è morto, resisti, non mi lasciare proprio ora grido con una voce strozzata quasi disperata, e lui sembra lottare con tutte le sue forza. Questo è stato l’inizio della mia prima trasferta.

Terni  fa parte di quella infinita serie di città che noi ignoranti del Nord collochiamo genericamente in centro Italia. Non è più Toscana, forse Umbria ma non escludi possa essere in Abruzzo, difficilmente sta nelle Marche. Insomma, sta da qualche parte lì in mezzo, in centro Italia. Il viaggio è infinito. Non ci arrivi più. Non riesco davvero a capire come personalmente possa percepire più vicine mete quali Avellino e Castellammare che si trovano ben più a sud di Terni, ma a me tutte le volte che devo andare in un posto in centro Italia mi sembra che il viaggio non finisca mai. Il fatto poi che l’uscita in autostrada per Terni fosse Roma Orte non ci ha certo aiutato a mettere un pò di ordine al nostro precario senso dell’orientamento. Ma dove cazzo siamo? Quindi Terni è nel Lazio? Tempo di percorrere un paio di km e ci troviamo ad un bivio: da una parte si va a Cesena e dall’altra Perugia, Terni, Foligno. Cesena? Ma Cesena non sta in Emilia Romagna? Ma dove cazzo siamo? Dopo una ventina di km di statale percorsa a circa 30 km/h perchè il bus non riusciva a scollinare, eccoci a Terni. Ridente cittadina del centro Italia, nota per le acciaierie e per essere un continuo sali e scendi di colline. Agli amanti del paesaggio bucolico Terni è certamente un paradiso terrestre. Chissà quanti agriturismi lì in zona. A me che sto bene nello smog di Milano, e passo le vacanze a Milano Marittima, Terni è sembrato solamente un posto di merda.

Non ci ero mai stato in quello stadio, che dalle foto mi è sempre sembrato particolare. Sembra sicuramente più grosso di quello che è in realtà, con tre anelli ma di cinque file l’una, roba che l’architetto che lo ha progettato probabilmente era in evidente stato psico emotivo alterato dall’utilizzo di massicci stupefacenti. Potrebbe pure assomigliare al Bentegodi di Verona, solo che penso che con un solo anello un pò ripido si risolveva il problema senza avventurarsi in questo virtuosismo edilizio, che però tutto sommato fa la sua porca figura. C’è molto di peggio. Ci mettono al coperto nella terra di mezzo, tra il primo anello e l’ultimo. Tira un’aria della madonna ma il sole è ancora caldo. Inizia la partita, e sbagliamo un goal a porta vuota che nemmeno ai tempi degli Orange in terza categoria li vedevamo sbagliare. Attacchiamo, sbagliamo il secondo, poi il terzo. E’ un tripudio di mannaggialemadonneiddicristi culminato coi loro due goal, due nostri pali, e il cuore dell’aifon che cessa di battere proprio prima del triplice fischio finale, Voglio dire, va bene fare un viaggio della speranza fino a Terni, va bene perdere, ma che pure il mio adorato melafonino mi muoia tra le mie mani, senza nemmeno avermi detto un grazie di tutto, no. Non lo posso accettare. Ma vaffanculo a Terni, ma vaffanculo alle cascate, agli agriturismi, alle colline, al paesaggio bucolico, ma vaffanculo alle pippe dei nostri attaccanti, all’addormentato del nostro allenatore, CHE POSTO DI MERDA è la sintesi di questa trasferta.

Il viaggio di ritorno è ancora più un incubo. So che la fuori, nel mondo reale dei tifosi bimbiminkia in rete, esiste un universo di polemiche, incazzature, gente che non ha visto la partita e pontifica su come si sia giocato di merda, e gente che chiede di Vercelli come se esistesse solo quella trasferta. E io lì, su un bus con 3 milioni di km nel curriculum, che non posso nemmeno mandare un whattsapp o postare una foto su Facebook, ma che devo convivere col mio giramento di palle molto elevato per la sconfitta e per l’aifon. La sola cosa degna di ricordare, a parte le solite risate coi soliti amici, è al ritorno la tappa all’autogrill in cui perse la vita Gabriele Sandri. Questa volta gli ho lasciato una sciarpa e ho attaccato un adesivo del nostro gruppo, lì insieme agli altri, perchè non si può morire per andare a seguire la propria squadra, e soprattutto non si può proprio morire come è morto lui. Ci siamo fermati un minuto davanti alla lapide, in silenzio, perchè non c’era molto da dire. Saremo pure ignoranti, scherzeremo sempre e saremo pure un pò teste di cazzo, ma quando c’è da essere seri lo sappiamo essere. Serietà e impegno che chi ha avuto in prestito la nostra maglia a inizio anno è chiamato a dimostrare ancora di più questa settimana, perchè sabato c’è il derby, e il derby non si gioca ma si vince. Anche senza aifon.