dialogo-interno settembre 13

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Una storia di gente incazzata e angosciata

Archiviata la lunga estate lontana dagli stadi e dal calcio giocato e iniziata la stagione a pieno regime, ecco che come sempre bisogna trovarsi a fare pace con la propria coscienza e gestire l’esplosione di pensieri ed emozioni che un inizio poco brillante dal punto di vista dei risultati ti portano ad affrontare. Non c’è nulla da fare, per le persone un po’ complicate ed emotivamente instabili come me non c’è mai pace, perché se non c’è il campionato la domenica devi fare i conti con i pensieri negativi e  malinconici che affiorano pensando a tutto quello che hai vissuto e a quello che vivrai alla prossima stagione, quando invece c’è campionato, e magari il giorno prima hai perso addirittura peggio di come riuscì a fare il Bayern Monaco nella finale di Champions contro il Manchester, ecco che la tua mente non riesce ad evitare brutti pensieri e incazzature. Francamente invidio quelle persone che riescono a mantenere una straordinaria passività nei confronti delle emozioni calcistiche, quelli a cui va sempre bene tutto, sia se finisci in serie A o in Eccellenza, e chissenefrega chissenefotte è solo un gioco e non importa se un tuo giocatore sputa sulla tua maglia oppure un arbitro ti fa perdere una partita. Queste persone penso che non moriranno mai d’infarto, e penso pure che vivano molto meglio di quanto vivo io, ma tantè.

In questa prima domenica realmente autunnale, almeno dove abito io, non riesco a farmi sbollire la rabbia perché vedo già cose che non mi piacciono. Ieri una quarantina di miei amici hanno attraversato l’Italia con dei pulmini, macinando quasi 3000 km in 36 ore, e mi viene detto che non hanno avuto nemmeno il giusto e meritato saluto finale della squadra sotto il settore. Sono cose davvero odiose. L’avrò scritto una cinquantina di volte, i tifosi, io per primo, fondamentalmente sono una categoria di persone cui basta davvero poco per incendiarsi ed essere felice. Una di queste è che la squadra, oltre a sudare per la maglia, rispetti i propri tifosi. Qui non si sta parlando di andare a rapporto in occasione di una sconfitta o di un periodo complicato, ma di andare sotto il settore ospiti dopo una partita a fare ciao ciao con la manina. Ne una cosa in più ne una di meno. Un saluto di due o tre da 100 metri di distanza è troppo poco, perché è il gruppo che deve salutare. Il fatto di aver perso immeritatamente o meritatamente è solo un dettaglio. Sono le basi del rapporto tra squadra e tifoseria. Eppure ogni anno si cambia tre quarti di squadra, si riempie la rosa di giocatori navigati con anni e anni alle spalle di categorie alte giocate anche in realtà ben più problematiche di Novara, e tutte le volte sembra si debba partire da zero e fare la parte dei tifosi viziati che si attaccano alle cazzate pur di far casino. Ma è così complicato per un calciatore imparare queste cose? Vincono il campionato di Lega Pro e bisogna aspettare venti minuti prima che la squadra capisca che deve levarsi dalla tribuna per andare sotto il settore della tifoseria più accesa, e va bene che han vinto il campionato per cui han ragione, ma ieri a Crotone non c’era uno stadio tutto biancoazzurro. Fischio finale, un saluto veloce, e ciao a tutti. Niente.

Non riesco a farmi sbollire la rabbia perché vivo in una città in cui le Istituzioni cittadine, probabilmente per guadagnare qualche migliaia di euro di affitto, non si son fatte scrupolo ad accettare che il Como giocasse nel nostro stadio per un imprecisato numero di partite. Le Forze dell’Ordine inoltre, che mai come quest’anno sembrano non aver più peso in alcun tipo di decisione  che riguarda la città eccezion fatta quella di sistematicamente rendere più complicata qualsiasi attività organizzativa della nostra tifoseria sia dentro che fuori dallo stadio, accettano passivamente che il Comune di Como ritardi l’inizio dei lavori in modo da liberarsi scientificamente del problema Como Livorno, partita ad altissimo rischio, che avrebbe rovinato il clima di un bellissimo pomeriggio in quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno, e spostarlo su Novara. Qui da noi tutti in prima linea a fare petto in fuori e pancia dentro quando devono avvisarti che ad ogni coro becero scattano sanzioni e poi non sono capaci a gestire 1000 comaschi e 150 livornesi in uno stadio che contiene oltre 17000 posti. Guerriglia fuori dallo stadio con arresti e feriti. Non è un mio problema, semmai sarà appunto delle due tifoserie, ma che nella mia città chi ogni partita mi fa la morale e mi controlla pure quanti peli pubici superano la lunghezza di mezzo centimetro non sia in grado di dividere i bus delle due tifoserie, ecco la cosa mi fa parecchio incazzare.

Non riesco nemmeno a non incazzarmi con chi condivide con me la malattia per il Novara, e che adesso è pessimista e vede tutto nero. Si è passata l’estate a dire che, almeno quest’anno, il mantenimento della categoria dovesse essere l’obiettivo fondamentale. Abbiamo una squadra che, probabilmente, può andare ben oltre questo risultato eppure siamo già qui a fare discorsi che non accetterei nemmeno se fossimo partiti per vincere il campionato, figuriamoci ora che lottiamo per una salvezza più o meno tranquilla. Va bene, perdere fa sempre incazzare e non fare punti quando si merita non è una bella cosa perché chissà quando inevitabilmente giocheremo male, ma cristo santo non perdiamo lucidità. Mi state già dopo la seconda di campionato trasformando in angoscia l’attesa per il prossimo incontro, come fosse già un dentro o fuori senza possibilità di appello. Mancano 40 partite, 120 punti in palio e una squadra molto più forte di quello che pensiamo. E’ così complicato indossare anche un cappellino oltre che la sciarpa e tifare un po’ più forte invece di rompere?

Quasi quasi era meglio quando il mio problema domenicale fosse solo lavare la macchina e prendere il caffè zero alle 16 sotto l’ombrellone.