007 gennaio 30

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RACCONTI DI STORIE DI TIFO – CAPITOLO 2 – 18 OTTOBRE 1992 – CASALE NOVARA 0-2

Il 18 Ottobre 1992 avevo 16 anni. Non dico che già a quell’età avrei potuto scrivere un libro su quanto visto negli stadi, ma comunque disponevo di un curriculum di ricordi abbastanza ampio, eppure non era del tutto scattata in me quella molla, quella follia talvolta irresponsabile, da farmi vivere per assistere ad una partita allo stadio. Come raccontato più volte non era mai in discussione la presenza alla domenicale partita casalinga del Novara, ma la trasferta era ancora un qualcosa di più di più, che capitava quelle 4-5 volte all’anno, sempre nelle vicinanze.

Il 18 Ottobre 1992 avevo 16 anni, che nel 1992 vi garantisco fossero ancora pochi. Non come oggi, che i 16 enni sono percepiti dalla gente come adulti fatti e finiti, e in molti casi si approcciano effettivamente come tali. Come oggi a 16 anni non eri più un bambino ma non eri nemmeno adulto, con la differenza che per la società eri considerato un bambino mentre oggi non è più così. E come tutti i bambini del 1992 non avevo ovviamente un’indipendenza finanziaria ma, cosa più importante, non avevo ancora totale potere decisionale sul come disporre del mio tempo libero. A 16 anni già rompevo i coglioni ai miei genitori per poter assistere con una frequenza e spirito differente a qualche partita, ma se per i miei genitori era un No, io stavo a casa.

Il 18 Ottobre 1992 si giocava uno dei “Derby del quadrilatero” in quel di Casale, località molto vicina a casa ma che per qualche motivo a me sconosciuto stava sulle palle a mio padre che sentenziò “non ci andiamo”. A 16 anni poche cose mi facevano male come un “non ci andiamo” riferito ad una partita, nemmeno un castigo, una proibizione al cinema con gli amici o a qualche videogioco mi faceva così male come l’idea di perdermi lo stadio, Ho sempre avuto un approccio particolare con i giorni vicini ad un incontro, nel senso che mi sono sempre posto come se questo fosse l’ultima possibilità della mia vita di assistere all’evento, come se dopo finisse il mondo e io corressi il rischio di perdermi quell’irripetibile appuntamento. 25 anni circa dopo non è che sia cambiato l’approccio, ma a 16 anni era psicologicamente devastante.

  •  “papà come facciamo a non andare, siamo andati a Vercelli e Alessandria e non andiamo a Casale?”
  • “non ci andiamo”
  • “e perché?”
  • “perché no”.

Ricordo come fosse ieri la delusione e l’incazzatura, ma sapevo che a quella trasferta non sarei potuto mancare perché ero certo che il giorno dopo sarebbe finito il mondo e poi “quando cazzo mai mi ricapiterà di tornare a Casale?”. Ovviamente sapevo che il mondo non sarebbe potuto finire il giorno dopo, ignoravo però il fatto che nel ventennio successivo le occasioni per tornare lì non sarebbero state in effetti poi molte. Entra ora in scena un personaggio che è stata una delle persone più presenti nella mia vita e che ha avuto il merito di tatuarmi questa malattia dello stadio, ovvero mio cugino Walter. Non voglio dilungarmi ora sul racconto della sua figura, perché sarà oggetto di un capitolo a parte, tuttavia è giusto abbia un ruolo protagonista di questa storia, perché è stato in effetti la vera star della giornata. Sia io che Walter siamo stati figli unici, 6 anni di differenza e una fisionomia abbastanza simile tali da confondere il mondo e fargli credere che fossimo fratelli. Un’estate a Milano Marittima giravamo pure vestiti uguali, e mia madre al secondo giorno decise non fosse più il caso di puntualizzare il fatto fossimo cugini. Siamo fratelli. Ed è vero.

Il 18 Ottobre 1992 avevo 16 anni, ed avevo già assistito a qualche partita dell’Inter, rimanendone affascinato. Questa cosa gli ha sempre dato fastidio a lui, integralista convinto del Novara Calcio che concepiva la partita di serie A come uno svago quasi casuale, tipo andare al cinema, e che poteva concedersi solo in caso di qualche biglietto gratuito, ma non certo per un problema economico bensì concettuale perché non si è mai divertito a vedere una partita di serie A, non gliene è mai fregato una mazza di vedere gente che sapeva giocare al pallone e non si è mai emozionato per uno stadio pieno di gente che ignorava l’esistenza del Novara. Ho sempre pensato che, da buon fratello maggiore quale nei fatti era, dovesse e volesse provvedere a vigilare su di me, ed è come percepissi in lui la paura che la mia passione per quella squadra sfigata della nostra città potesse vacillare per colpa di un San Siro qualunque pieno di gente. Fatto stà che interagì con mio padre, col quale ha sempre avuto una sorta di amore quasi paterno, nonostante fosse “solo” suo zio:

  • “Giuseppe, fallo venire con me, è una partita tranquilla dai, andiamo in pullman tanto, non succede nulla”
  • “dai papà, vado con Walter, che vuoi che succeda a Casale”
  • “non dire queste cazzate che sono nato prima di te e a Casale ci siamo sempre menati, se continui non ci vai”
  • taci coglione (mi disse Walter)
  • “va bene, vai, ma non dirlo a tua madre”

Il 18 Ottobre 1992 avevo 16 anni, e Walter 22. Lavorava già da un paio di anni in Banca e questo voleva dire due cose: aveva indipendenza economica ed era pieno di gnocca, perchè un bel ragazzo giovane e indipendente pure nel 1992 era preda ambita. A differenza di me che facevo la seconda superiore ed ero una palla al cazzo. Pure con l’acne. Questo faceva si che, in quel particolare momento storico, seppur sempre presente nella mia vita, fosse un po’ distaccato da me.

  • ho provato a prenotare il bus ma è tutto pieno, tu prova a venire lo stesso, nel caso te ne torni a casa

Il 18 Ottobre 1992 i bus li organizzava Barbero dei “Forza Azzurri” padre del mio attuale amico Max Barbero. Inutile dire che Walter non mi passò a prendere a casa, ma mi arrangiai da solo, ovvero arrivai al ritrovo (che è lo stesso di adesso) a piedi. Novara non è New York, ma vi garantisco che attraversarla a piedi non è corta. Eppure arrivai lì, con la mia sciarpa biancazzurra.

  • gli dico che non ho prenotato, Walter?
  • taci coglione e sali, fatti i cazzi tuoi e siediti

Il bus era blu, con una riga gialla ed era della Fontaneto. Teneva 54 posti ma sopra c’erano almeno 70-75 persone e 4 kg di erba da fumare. In meno di un’oretta eravamo fuori dallo stadio di Casale, all’ingresso di una viettina a senso unico e senza uscita che portava all’ingresso del settore ospiti.

  • Klaus (mi chiamava così) stai vicino a me, non fare cazzate, noi prendiamo il biglietto alla biglietteria, dammi i soldi che ci penso io
  • perché gli altri no? no questi fanno casino

Percorremmo in corteo quella viettina stretta, alla nostra sinistra il muro dello stadio, a destra le case con la gente che ci guardava dalle finestre e dietro la celere della guardia di finanza in assetto da sommossa.

  • Klaus, stammi vicino mi raccomando

Arrivati all’ingresso sentii una voce provenire dal centro del corteo:

  • ragazzi piano, piano, al mio tre… uno, due…TRE

Al tre dal centro del corteo partirono almeno 50 persone in corsa per sfondare l’ingresso del settore ospiti, la celere inizio a correre e li rincorse col manganello in mano picchiando a destra e manca. Successe un fatto che credo non scorderò mai: vidi e sentii il guanto nero del celerino appoggiarsi alla mia spalla destra. In quel momento chiusi gli occhi e pensai “mi arriva, mi arriva, mi arriva e mi uccide”. Invece quella mano mi spostò con forza verso il muretto, e il celerino andò a picchiare uno davanti a me, che non ne sono certissimo ma dovrebbe essere il grande Romolo. Quel parapiglia durò non più di 20 secondi, molti riuscirono ad entrare altri no. Walter non c’era più e andai un po’ in panico, ma dopo poco lo vidi venire verso di me:

  • ma dove cazzo eri finito, mi stava venendo un infarto, ti sei fatto male?
  • no tranquillo Walter, tutto ok, hai visto che figata????
  • si, talmente figata che ti sei cagato sotto, coglione.

Iniziò la partita, ricordo un grande tifo nostro e Walter che mi impedì di stare in mezzo al gruppo ma un po’ più in alto. Casale Novara 0-2, Folli Balesini o Balesini Folli, non ricordo, ma soprattutto una grande giornata. Quando uscimmo trovammo il pullman girato pronto per partire ma Walter non era ancora tranquillo:

  • a Casale ho già preso le sassate una volta, tira la tenda, se ti dico “giù” vai giù ok?
  • ma da dove possono tirarceli?
  • dalla via in fondo

Non feci in tempo a rendermene conto che sentii 4 o 5 colpi sul bus. Erano dei sassi lanciati da quelli del Casale dall’altro lato della strada, ma non fecero danni, almeno a noi, perché alcuni in auto ebbero dei contatti. Entriamo in autostrada e ormai era solo questione di tempo per arrivare a casa.

  • ti sei divertito Klaus?
  • non sai quanto!
  • dimmi la verità, tifi più per l’Inter o per il Novara?
  • tifo per il Novara!
  • è il regalo più bello che mi potessi fare dicendomi questo lo sai Klaus? Li hai fatti compiti? guarda che il Giuseppe poi rompe il cazzo a me.

Inutile dire che non mi riaccompagnò a casa in auto, dovetti tornare a piedi, evvabbè. Non mi importava. Il 18 Ottobre 1992 non è stata la mia prima trasferta, anzi, ma è stata probabilmente la prima vera trasferta, quella che ti marchia l’anima, quella che ricorderai sempre, quella che ancora adesso mi fa commuovere se la ricordo.

  • è il regalo più bello che mi potessi fare dicendomi questo lo sai Klaus? Li hai fatti compiti? guarda che il Giuseppe poi rompe il cazzo a me.

Ovviamente non li avevo fatti Walter, adesso te lo posso anche dire.