Gorgonzola è roba nostra (una storia di gufi, coriandoli e di noi che veniamo fuori alla distanza)

Ogni anno cerchio in rosso un paio di trasferte che non posso assolutamente saltare. Per quanto mi riguarda, non necessariamente sono trasferte coincidenti in luoghi turistici o espressione di partite importanti, ma spesso riguardano mete che mi ricordano qualche fatto accaduto o qualche citazione di qualche autore che stimolano la mia curiosità, come è stata lo scorso anno Avellino che mi ha ricordato la mitica scena del film Eccezziunale Veramente dove tentano di intercettare l’arbitro di Avellino Inter per intimorirlo e far vincere i locali. Ecco, Gorgonzola, città della locale squadra chiamata Giana Erminio, è stata la trasferta che ho segnato in rosso ad inizio campionato per due motivi principali: il primo perchè credo sia la squadra che meglio rappresenti il disagio, spero momentaneo e passeggero, dell’affrontare questa infima categoria, ed esserci in questa partita sono certo che comunque faccia bene alla mia figura di tifoso probabilmente un pò imborghesita da questi anni di trasferte più nobili. Il secondo, per un fattore identitario, tema che tanto mi è caro, e che mi ha sempre portato una sorta di antipatia nei confronti di questa cittadina proprio per il suo nome, che porta qualsiasi medio stupido cittadino della penisola a pensare che il gorgonzola venga prodotto lì. “se l’hanno chiamata gorgonzola è perchè fanno il gorgonzola no?” dice la gente. Ecco, questa cosa mi è sempre stata sui coglioni, un pò come chi sostiene che contino gli scudetti vinti nel 1910, ma questo è un altro discorso. Pure il fatto che non si sia giocato a Gorgonzola ma a Monza mi ha irritato ancor di più, che l’ho presa filosificamente parlando come un sgarbo nei nostri confronti, come un “a gorgonzola non vi vogliamo” quando in realtà non è certo colpa loro, anzi probabilmente avrebbero pagato di tasca propria per poter giocare nella loro città, ma la storia ricorderà sempre in Monza la sede di questa sfida tra “furmagiat”.

Siamo due bus pieni, anzi in overbooking, e tante auto, seppur siamo meno di quello che avrei pensato, ma quanto basta per dare un buon colpo d’occhio e giocare in casa, cosa non molto difficile perchè il pubblico locale è poca roba, tuttavia ho imparato di tasche mie, proprio in nome di quel fattore identitario che ogni tanto cito, che se hai le palle di seguire con una pezza, uno striscione e una certa mentalità la squadra del tuo Paese, per me un pò hai già vinto. Ho vissuto una serie A dove la quasi totale indifferenza ricevuta dalle tifoserie mi ha urtato i nervi più delle batoste sul campo, per cui se vedo un ragazzotto che si porta una sua pezza a sostegno della squadra di casa sua, da me non verrà certamente etichettato come un coglione. Discorso diverso poi può essere la dinamica della partita nella partita tra le due tifoserie, comunque onore e applausi a loro, peraltro non peggio di tante tifoserie di squadre stabilmente in Lega Pro.

Arriviamo allo stadio insieme alla macchinata degli amici dello “Streak” di Galliate. Insieme a loro c’è Carlo, chiamato “Gufo” perchè si porta con se sempre un pupazzo di un gufo. E non solo. Io gli voglio un bene dell’anima ma, generalmente, è l’uomo più odiato dalle mogli, fidanzate o mamme dei tifosi perchè dove c’è lui c’è sempre un sacco formato famiglia di coriandoli. Ad ogni goal parte la coriandolata, o meglio, lo tsunami di coriandoli che ti trovi fin dentro le mutande e che seminerai in giro per casa. Mia moglie, tanto per dirne una, una volta mi ha preso a calci nel culo fino al mercoledì, giorno in cui si sono ritrovati coriandoli in giro per casa. Ecco, col Gufo è successa una di quelle scene che ripagano da sole il costo della trasferta, e che ricorderemo per anni. Arriva davanti al cordone di poliziotti, badate bene po li ziot ti e non carabinieri, vittima a questo punto ingiustamente dell’esclusiva dell’ilarità delle barzellette, e uno vestito da robocop vedendolo arrivare con un sacchettone in mano, lo ferma e gli chiede “che ha lì dentro?”, “sono coriandoli”, “no, non voglio sapere chi è lei, ma cosa ha dentro”, “ho dentro coriandoli”, “ah scusi pensavo fosse il Sig, Corianodoli”. Ho riso tipo dieci minuti di fila e da oggi il nostro “Gufo” sarà il sig, Coriandoli.

Inizia la partita, e nell’ottica della nostra umiltà nel dover affrontare questa categoria, ci siamo imborghesiti dal fatto di avere una squadra forte, e questo ai nostri occhi dovrebbe portare il Novara ad arare tutti, ma non sempre così è. Anzi, diciamo che il primo tempo facciamo pure cagare. La Giana sembra la squadra figa e noi quelli impauriti. Verso la fine del primo tempo al Gufo cadono gli occhiali da sole, uno di quegli occhiali stile Astro Samantha nello spazio. Ricordo che anche a Meda gli caddero, e quindi, essendo vittima della scaramanzia, non posso non ricordarglielo: “è successo anche a Meda e poi abbiamo vinto”. “Giusto”, dice, “e ti ricordi cosa era successo pure?”, “siamo venuti fuori alla distanza”. Ecco, la nostra trasferta sta qui, nel trovare un mantra portafortuna che scacci le negatività e le difficoltà di una partita più difficile del previsto. Il trasformare in un qualcosa di divertente un momento di tensione, perchè i Cristi che iniziavano a volare dal settore ospiti erano sempre più crescenti. Vinciamo due a uno, con qualche sofferenza di troppo nel finale, ma quello che conta è aver vinto.

“Gorgonzola è roba nostra” canta il settore ospiti, per ricordare a loro quale sia la vera capitale di questo formaggio. Non sarà stato come espugnare San Siro, ma una vittoria in trasferta è sempre una vittoria. Conquistata ridendo e divertendosi vale doppio.