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RACCONTI DI STORIE DI TIFO – Capitolo 1 – 2 Marzo 1986 Milan Verona 1-1

In famiglia non siamo mai stati dei gran dormiglioni. Sveglia presto al mattino perché mio padre era troppo metodico e doveva fare colazione, lavarsi, sbarbarsi e, soprattutto, stare non meno di 40 minuti seduto sul cesso, perché la sua testa quadrata da italiano con mentalità svizzera non gli permetteva di prendere in considerazione l’ipotesi di affrontare una giornata senza aver svuotato prima l’intestino. E così, ogni giornata in casa mia iniziava con la sveglia puntata almeno un’ora e mezza prima di quello che il buon senso e l’intelligenza comune avrebbero consigliato. Non esistevano sabati e domeniche, feste, vacanze e ferie. Noi ci svegliavamo presto perché “il fisico ormai è abituato così, e fa male perdere le abitudini”.

Mia madre, invece, avrebbe dormito di più, ma nel 1986, dopo 21 anni di matrimonio, ormai aveva perso le speranze, anzi si era quasi convinta della fondatezza della teoria medico scientifica di mio padre.

In casa mia la domenica era concepita solo per fare 7 cose: rompermi i coglioni perché andassi alla messa delle 9 nella Chiesa di Sant’Andrea, perché Padre Costantino e la mia catechista erano campioni del mondo nel minacciare di bocciarmi al catechismo, poi andare velocemente a salutare i nonni, andare fuori dallo stadio “Luigi Marmo” di viale Kennedy o, in alternativa, fuori dall’ “Alcarotti” a vedere i ragazzini che giocavano le loro partite di campionato, seguire il Novara Calcio (in casa allo stadio, talvolta in trasferta o su Radio Azzurra), vedere il 90’ minuto per controllare la schedina, tagliarsi le unghie e, infine, fare la doccia della domenica sera, perché un’altra teoria medico scientifica di mio padre era che “la domenica sera si debba fare una doccia più lunga perché si creano le basi per poi potersi lavare più velocemente durante la settimana”. Non ricordo domeniche tanto differenti da questo rigido schema, se non quelle estive che purtroppo eliminavano il fattore calcio.

Il 2 Marzo 1986 ero già stato iniziato alla cultura dello stadio ormai irrimediabilmente, ma non avevo mai visto una partita in serie A. Vedevo mio padre che ogni tanto e sempre accompagnato da una carrellata di vaffanculo da parte di mia madre, andava col suo collega, il Sig. Garosi, a vedere l’Inter. “no, tu sei troppo piccolo” mi dicevano, e io rimanevo (di merda) a casa. Quella mattina fu una delle poche volte, forse la sola nella mia infanzia, che mio padre andò fuori dal rigido schema che si era auto imposto ed esclamò:

  • oggi andiamo a San Siro, c’è una bella giornata e una partita non pericolosa, così vedi un partita di serie A.

Se lo conosco bene penso che ci stesse pensando da mesi di farmi fare il battesimo della serie A, perché lui è troppo svizzero per alzarsi dal letto e decidere di andare a San Siro, soprattutto con la neve scesa il giorno prima. Ma sapeva che avrebbe dovuto lottare con mia madre e , cosa fondamentale, non creare troppe aspettative in me, che avrei preso come un affronto personale degno di suicidio un eventuale cambio di programma. Quella domenica si sarebbe dovuto giocare Novara Ospitaletto, ma fu posticipata proprio per la forte nevicata caduta il giorno prima.

  • No ma Giuseppe, non so se ti stai rendendo conto di quello che stai dicendo. Ma tu sei pazzo, col freddo che fa, e c’è pure la neve, mi sembra che tu stia esagerando adesso eh… E poi Claudio ha i compiti da fare.
  • Mamma li ho già fatti. (replicai prontamente)
  • Vilma li ha già fatti. (replicò prontamente mio padre)

Mia madre iniziò ad incupirsi e a girare nervosamente per la casa, insultando mio padre abbastanza pesantemente ad intervalli regolari di cinque minuti, fino a quando mio padre, usandomi per impietosirla, mi disse:

  • devi convincerla te, altrimenti non mi da il permesso.

Non so come mai, ma ricordo che non ci pensai nemmeno un secondo e corsi in cameretta verso il mobile dietro al mio lettino. C’era una specie di doppio fondo dove nascondevo alcune cose cui attribuivo un’importanza e un valore unico, tipo un numero del “corriere dei piccoli” con un servizio di un giornalista che intervistava il mio animatore dell’oratorio, alcune sorprese kinder che avevo fregato a miei compagni, e tutti i miei risparmi, quantificabili in 11 mila lire circa. Presi il portafoglio, andai in cucina da mia madre e le proposi quello che credo fosse il primo tentativo della storia di corruzione in italia per ottenere il permesso di andare allo stadio. Le offrii tutti i miei risparmi in cambio del suo consenso. Inutile dire che fu un sì. E pure senza azzeramento dei miei risparmi.

In realtà mia madre anche lei era un po’ svizzera nella testa. Le bastava sapere di riuscire a fare tutto ciò che si era prefissata di fare per stare in pace con la coscienza, e la domenica lei doveva cucinare il risotto. Ricordo pochissime domeniche senza risotto, rigorosamente cucinato con la pentola a pressione, “perché è più veloce”. Alle 11 circa il risotto era servito, mia madre accontentata, e alle 11,40 eravamo sulla nostra Fiat 131 rossa verso Milano.

Mio padre, oltre che malato del Novara, era interista, e nemmeno nutriva simpatie per il Milan, ma la voglia di farmi fare il battesimo della A, unita alla sua voglia di andare allo stadio è stata evidentemente troppo forte. Nonostante la forte nevicata del giorno prima, effettivamente quella domenica il sole splendeva forte e alto in cielo, e le strade erano pulite. Ricordo che ero al settimo cielo e non stavo zitto un attimo. Percorremmo la statale e nei pressi dello stadio rimasi folgorato dal quantitativo di bancarelle e di gente che c’era. Ero abituato a Novara, dove era un miracolo vedere un venditore di sciarpe e cappellini, e quelle poche persone che entravano dentro lo stadio le conoscevi tutte per nome.

  • e pensa che questo è il Milan, vedessi il seguito che ha l’Inter, nemmeno da paragonarlo

si affrettò a precisare mio padre vista la mia faccia incredula. Nonostante fosse pieno, ricordo che le biglietterie erano abbastanza vuote. Appena iniziata la coda mio padre fu circondato da una decina di persone che gli proposero un biglietto a prezzo ridotto, ma lui rifiutò, “perché noi andiamo in tribuna”.

  • papà ma chi sono quelli, perché non hai preso il biglietto?
  • sono i bagarini. Nelle grandi città ci sono. Hanno dei biglietti gratis che ti vogliono vendere, ma bisogna stare attenti perché alcuni ti fregano.

Non credevo ai miei occhi. C’era addirittura chi ti vendeva il biglietto per strada! A noi di Novara che la partita iniziava alle 14,30 e alle 14,25 la biglietteria era vuota.

Mentre stavamo per entrare, sentimmo un forte rumore, tipo una bomba carta, provenire dalle nostre spalle. Mi girai e vidi una scena che ricordo ancora oggi nitidamente e che son certo non scorderò mai, anche perché è un’immagine abbastanza “famosa” che ancora oggi si vede su qualche sito internet: un interminabile fila di persone che indossava il casco giallo, tipo quello dei minatori e dei bastoni in mano che correva verso lo stadio. Alcuni di loro, avevano preso d’assalto la biglietteria, altri addirittura erano proprio sopra.

  • sono i veronesi. Entriamo dentro dai, che adesso si picchiano.

Come detto, ero già irrimediabilmente marchiato dal punto di vista della passione per lo stadio, e nonostante l’oggettivo pericolo, ero felice di essere lì. Mi batteva forte il cuore per l’eccitazione, non credevo che i miei occhi potessero vedere una scena così bella: centinaia di tifosi ospiti correre verso lo stadio, e centinaia di tifosi rossoneri sulle rampe del Meazza che li aspettavano.

  • ti ho detto di muoverti, dai.

Per raggiungere quello che oggi è il primo anello arancio, si entrava dentro quello che oggi è il primo blu. Dentro lo stadio mi mancava il fiato. Alzai la testa e vidi solamente due striscioni enormi: “brigate rossonere” e “fossa dei leoni”, più una serie infinita di tamburi. Lo stadio si stava riempiendo, non credevo che tante persone insieme potessero starci dentro.

  • e pensa che questo è solo il Milan, dovresti vedere quando gioca l’Inter, gli ultras vanno nell’altra curva e si riempie tutto. E poi loro non hanno mica il Kalle.

Ho sempre pensato che a mio padre fosse presa la paura di aver fatto diventare il figlio un tifoso milanista, e per tutta la partita non ha fatto altro che parlarmi male del Milan, dei suoi tifosi e di quanto fosse bello vedere l’Inter, se proprio non si poteva vedere il Novara, ma evidentemente nemmeno lui aveva capito realmente quale effetto ebbe su di me quel battesimo in serie A.

Della partita ricordo poco, forse giocò meglio il Milan ma non ne sono poi così sicuro. Fin da bambino non è che ci capissi poi tanto di calcio giocato, anzi mi sembrava pure che Mirko Balacich giocasse meglio di Paolo Rossi e Pietro Paolo Virdis. Vedevo quelli del Novara fare dei dribbling che mi sembrava quei campioni al Meazza non facessero, eppure il Novara praticamente non esisteva, e quelli che vedevo in campo erano sempre al 90’ minuto in tele.

No, quella partita mi ha aperto un mondo. Mi ha insegnato quante emozioni ti può regalare uno stadio pieno, una curva che canta talmente forte che ti devi quasi tappare le orecchie, una tifoseria ospite seria che riempie un intero settore e decine di migliaia di persone sedute una di fianco all’altra da farti togliere il respiro.

Ero ancora piccolo, ma ero certo che la mia vita sarebbe stata plasmata da quella esperienza così forte, un’esperienza molto più forte di quelle che il nostro Novara potesse allora offrirmi, perché era davvero seguito da troppe poche persone. Mi divertivo a vedere il Novara, ma spesso ci andavo solo perché mi ci portava mio padre, e delle volte mi annoiavo pure. Da quella partita non son più stato capace di non considerare primario il contorno della partita, più che la partita in sé. Non sono più stato capace di non spendere diverso tempo a fissare la curva e i tifosi ospiti, ed ero felicissimo quando a Novara si vedeva qualche tifoseria ospite seria. Non sono più stato capace di non guardare le persone intorno a me per rubargli degli sguardi di tensione o di felicità durante una giocata. Non sono più stato capace di andare allo stadio senza una sciarpa o una bandiera della mia squadra, perché “in serie A tutti ce l’hanno”, ed è forse anche grazie a quella partita che, una volta diventato maggiorenne, ho frequentato Milano con maggior frequenza rispetto a quelle due volte scarse all’anno che mio padre mi portava a San Siro. E’ difficile da spiegare, ma per un periodo della mia vita anche abbastanza lungo, ho avvertito come un’esigenza fisica il vedere e vivere uno stadio con 40-50 mila persone dentro.

Rimarcavo il mio orgoglio di essere Novarese e di seguire il Novara anche lì dentro, per esempio raccontando a tutti che guardavo gli azzurri, ma il Luciano Marmo di Viale Kennedy non riusciva ancora a soddisfare quella voglia di tifo e di massa che i miei occhi vedevano al Meazza.

  • la prossima volta andiamo a vedere una partita dell’Inter, che vedrai è meglio.
  • Andiamo domenica prossima?
  • No, prima o poi però ci andiamo.
  • Papà, ma anche per l’Inter c’è tutta questa gente?
  • Scherzi? Ancora di più.
  • E ci si picchia fuori?
  • Nelle partite che andiamo noi no, ma in quella dell’ultima volta che ho visto col Garosi, quelli della Sampdoria hanno piantato giù un casino che nemmeno ti immagini.
  • Papà ma perché a Novara non succedono questi casini?
  • Siamo in pochi ma quando ero un ragazzotto, con l’Ugo (mio zio) ci siamo picchiati ad Alessandria e a Vercelli.
  • Che bello, e perché non ti picchi più?
  • Perché tua madre se no non ti fa più venire allo stadio.

2 Marzo 1986. Ho imparato più cose da quel pomeriggio che nei 10 anni di vita precedente.