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Latina, maledetta Latina

Il 12 Aprile è una di quelle date che il mondo ricorda, tra le altre cose,  come il giorno in cui l’uomo è stato nello spazio per la prima volta con Gagarin, uno di quegli eventi che i telegiornali come Studio Aperto di solito celebrano con un bel servizio di un paio di minuti. Per me rappresenta la data del mio compleanno, che quando coincide con una trasferta da 7 ore + 7 di ritorno è un’arma a doppio taglio, in quanto ti espone ad una serie di aspettative e di buoni propositi che possono solo portare sfiga. Insomma, quando la massa si avvicina a farti gli auguri e ti dice “dai che i ragazzi oggi ti fanno il regalo”, puoi solo toccarti i coglioni. Se poi la data del tuo compleanno coincide sia col trasfertone a Latina che con una topica clamorosa che ti vergogni quasi a raccontare, capisci che la trasferta non poteva concludersi con un qualcosa di buono. E’ fisiologico, è la natura che lo ordina, è l’orologio biologico che non può fare sconti: invecchiando si rincoglionisce; punto e basta, da questa legge non si può sfuggire. E io evidentemente sono rincoglionito, perchè uno come me che non sente la sveglia da trasferta puntata alle 4 può voler dire solo due cose: rincoglionimento in fase avanzata e ulteriore conferma della stagione di merda. Alle 5 i telefoni di casa mia suonano che sembra un concerto di Vasco, roba che mezzo quartiere si sarà svegliato. Rispondo pensando a chissà quale notizia ma ricevo solo un “ma dove cazzo sei che stiamo partendo?”. Non c’è tempo per farmi crollare il mondo addosso: “partite, vi raggiungo a Novara Est e salgo lì”. Ore 5 tirato su dal letto, ore 5,09 ero con tre pezze in mezzo al casello dell’autostrada pronto a salire sul bus, ovviamente e giustamente insultato e deriso dagli amici. Questa cosa me la porterò dietro fino alla tomba, come minimo mi verrà rinfacciata dagli amici per sempre, ed è giusto così, ma una bella risata in fin dei conti non ha mai fatto male a nessuno.

Latina è una meta strana perchè immagini di essere a Roma, in realtà non è che ci sei poi così vicino, anzi, se come noi esci a Valmontone e percorri quella che pensi essere una statale, ti ritrovi in mezzo alla campagna rude, con strade piccolissime e tortuose, che percorrere col pullman è un’esperienza mistica. Il povero Pax che soffre il mal d’auto, credo di averlo visto supplicare l’eutanasia almeno 3 volte durante quegli ultimi 40 km, e nemmeno l’idea di fare un pranzo pre partita in una tipica trattoria locale lo poteva far star meglio. E un po’ mi dispiace per lui, perchè il pranzo è forse la sola cosa decente di questa trasferta da ricordare. Se mi fermo a pensare alle istantanee delle lunghe trasferte di quest’anno, è proprio l’aspetto culinario che merita di essere ricordato perchè dal punto di vista delle partite è meglio stendere un velo pietoso.

Entriamo allo stadio, manca poco all’inizio, siamo una cinquantina scarsi. Sempre le stesse facce, sempre noi. Il loro stadio è pieno, e mi fa pure un po’ effetto vedere tutte quelle bandiere nerazzurre e una coreografia di tutto rispetto. “cazzo, giochiamo contro l’Inter?” dico; “speriamo così vinciamo di sicuro”, mi fanno notare. Il Latina non è l’Inter, e infatti ci fa il culo. A prescindere dai loro evidenti meriti, c’è però da dire che parecchie squadre ci avrebbero mazzolato per bene, perchè difficilmente ho visto una squadra entrare senza ne capo ne coda come il Novara sabato pomeriggio. Una cozzaglia di giocatori timidi e spaventati, senza una minima parvenza di gioco, subire costantemente il ritmo nemmeno troppo elevato degli avversari. Mi conoscete ormai, sapete che difficilmente permetto all’aspetto tecnico di sovrastare quello emotivo, ma quando percorri piu di 1500 km nel giorno del tuo compleanno, piantando a casa chi ti vuole bene e avrebbe voluto festeggiare con te, ed ottieni come regalo lo spingerti a voler uscire fuori dallo stadio prima della fine della partita, cosa che per il sottoscritto rappresenta un’eresia, beh ti girano i coglioni davvero tanto.

Salgo sul bus e penso. Sono comunque in mezzo alla gente incazzata come me, ma è come se fossi solo. Lì sul mio seggiolino, con gli occhiali da sole, il cazzo di iPhone da 700 euro che non solo non è dotato di una sveglia decente, ma nemmeno ha una batteria che ti può garantire di non abbandonarti mai, e le mie cuffie nelle orecchie. Penso che quest’anno, come tifoseria, abbiamo fatto di tutto per stare vicino alla squadra e, nello stesso tempo, per divertirci. Eppure vedo gente intorno a me, amici, conoscenti, fratelli, che fatico a riconoscerli. E loro faticano a conoscere me. Credo che poche altre cose nella vita, oltre ad un concreto rischio retrocessione in Lega Pro, possano turbare l’animo delle persone da imbruttirle così tanto, che quasi quasi si vanno addirittura a minare i rapporti personali. Vedo questo tra i miei simili. Vedo tanta gente devastata dalle tensioni, dal nervosismo; vedo gente che non si diverte più, che non è più propensa al dialogo, al costruire qualcosa, ma la vedo vittima di un senso di disagio interiore, forse solo incazzatura, che ci sta inconsciamente allontanando tra di noi. C’è chi vorrebbe spaccare tutto, chi vorrebbe colpire la squadra, chi vorrebbe fare estremo e incondizionato sostegno, chi invece mollare tutto. Vedo gente che fino a poco tempo fa era a braccetto e che adesso mal si tollera, per motivazioni non sempre gravi, seppur rispettabili. Penso che tutto questo sia il peso da pagare per avere una ragione di vita come la nostra. E’ la parte più brutta e pericolosa del vivere per sostenere una maglia, per essere contagiati da una malattia che, come dice la canzone, non va più via. Il Novara Calcio vive da 106 anni e vivrà ancora, però è indubbio che quest’anno si stia giocando una fetta importante del proprio futuro, o almeno di un futuro ad un livello medio simile a quello di questi ultimi anni. Nessuno di noi smetterebbe di tifare Novara in Lega Pro, ma è come se tutti avessimo inconsciamente paura di perdere quel “paradiso” cui ci siamo abituati in questi anni, e questa cosa ci sta rendendo tutti un po’ più brutti.

Come tifosi, soprattutto la cinquantina a Latina, abbiamo sicuramente vinto, ma per la prima volta nella mia vita mi son sentito sconfitto uscendo da uno stadio, perchè non ho più visto quel clima unito e goliardico tra noi tifosi che ci ha sempre portato a tifare “al di là del risultato”. Per carità, nessuna critica a nessuno, anche perchè sono il primo degli imbruttiti, solo una constatazione di un momento non bello che ho voluto condividere nel blog. Perchè credo sia stucchevole parlare sempre delle cose belle, o mostrare una parte di me sempre felice che non trova riscontro con la realtà. Fossero questi i problemi della vita saremmo un popolo felice, ok, però per chi come me vive per certe cose, beh la situazione attuale è un problema. Houston abbiamo un problema.

Fortunatamente tra tre giorni si torna allo stadio. Come ci uscirò è tutto da capire, ma fino a quando si potrà dire “ci vediamo al solito posto” vorrà dire che proprio male non starò. Sveglia permettendo.