foto(3) febbraio 02

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Una storia di poveri che insegnano ai ricchi

I bambini di oggi sono abituati già dalle elementari ad avere più insegnanti. Materie diverse insegnate da maestre differenti, che ruotano e cambiano ogni anno, insomma un porto di mare. Ma quando frequentavo io le elementari era diverso. Ho avuto una sola maestra, la Sig.ra Dolores, che mi ha accolto il primo giorno di scuola e mi ha salutato alla fine degli esami di quinta elementare con le lacrime agli occhi perchè, dopo cinque anni, ormai era un po’ diventata una seconda mamma. La Sig.ra Dolores mi ha insegnato che, in ogni storia che si presenta, esiste sempre una morale o un insegnamento da cogliere e fare nostro. Ed è probabilmente grazie a lei che oggi, anche in una trasferta, cerco sempre quel qualcosa di significativo da tenermi dentro.

Siena Novara è una partita che per un dipendente del Monte dei Paschi come me, nato, cresciuto e residente ben fuori dalla Provincia di Siena, è un evento che scatena una serie di emozioni contrastanti. Dovete sapere che il dipendente medio della Banca Monte dei Paschi, a prescindere dal proprio livello di professionalità, aziendalismo, della propria cultura e opionione sull’andamento attuale dell’Istituto, (sono aspetti soggettivi che non mi interessa analizzare su questo blog che parla di altro), è abituato a convivere quotidianamente col “mito di Siena”, ovvero quella sorta di “bat caverna” di Batman, quella stanza dei bottoni che tutto decide(va). I dipendenti, anche quelli che operano in tutte le altre regioni italiane, è impossibile non vengano influenzati da quel sano campanilismo Toscano molto sanguigno, che porta ad “odiarsi” amichevolmente coi propri vicini. Non può quindi esserci, sulla Banca e sulla città di Siena, una linea di pensiero intermedia e moderata, perchè o si è del partito di Siena, ovvero di quelli che “devono morire male tutti quelli che non sono di Siena”, oppure si è del partito anti Siena, ovvero di quelli che “devono morire male tutti a Siena”. Insomma, qualcuno deve morire possibilmente male, perchè in Toscana non ho ancora conosciuto uno che abbia mai augurato un sano “spero ti venga la diarrea”, ma si spera nel trapasso reciproco.

Arrivo quindi a Siena, città che mi ha più volte ospitato dal punto di vista lavorativo e dove ho diversi buoni amici, con la mia sciarpa biancoazzurra al collo e il mio pluridecennale status di dipendente della Banca locale, vittima di questo imprinting culturale e usanze toscane. Ammetto di essere a disagio, perchè  magari mi sale la scimmia dell’agonismo e finisce che mi prendo a parole e gesti di pace con qualche tifoso del posto, che col culo che ho è pure un mega direttore ipergalattico che Lunedì mattina avrà sulla sua scrivania un dossier dettagliato del sottoscritto, con tanto di servizi fotografici, preparato dai servizi segreti senesi nel week end. E poi c’è un altro fatto di non poco conto. Pur ribadendo di non voler trattare certi argomenti, è un dato di fatto che la percezione media sulla Banca è quella di un Istituto messo male. Insomma, considerando lo storico forte legame della Banca con la squadra di calcio, e unendola alla percezione di scarsa solidità, voi potete capire quanto potessi essere felice di essere in mezzo a 150 colleghi di tifo che per 90 minuti hanno urlato frasi tipo “dovete fallire tutti, voi e la vostra banca”. Praticamente ho visto la partita con la mano sinistra che tenevo la sciarpa, e quella destra fissa sui coglioni, perchè ci mancava anche che qualche malocchio di qualcuno andasse a segno. Ecco, questo a grandi linee la mia trasferta vista dal punto di vista psico fisico.

Vi parlavo però di morali e insegnamenti, perchè ci sono anche questi. Qui la Banca non centra, o meglio centra solo marginalmente. Siena e Novara sono due realtà calcistiche abbastanza differenti. Novara ha una storia che parte da molto più lontano, Siena invece ha una storia recente decisamente più importante. La realtà attuale dice che militano nella stessa categoria, ma la situazione societaria è clamorosamente differente, con quella novarese che è espressione di una proprietà solida, ambiziosa e che (in teoria) dovrebbe garantire un futuro, e quella senese con forti difficoltà economiche, e un futuro grigio tutto da decifrare. Questa differenza ci si aspetta di trovarla quanto meno nella testa dei giocatori, perchè se è vero che è una bestemmia etichettare come “poveri” dei giocatori di calcio, è altresì vero che sono prima di tutto esseri umani, e giocare senza percepire regolarmente uno stipendio, senza un minimo progetto e con la reale possibilità che stia per saltare tutto, non può metterli nelle condizioni migliori, a differenza dei giocatori per i quali faccio io il tifo, che vivono in un paradiso che consente loro di avere tutto ciò per essere sereni e fare bene. Eppure ieri in campo i “poveri” hanno giocato con una grinta e una voglia di vincere decisamente superiore ai “ricchi” fino ad arrivare alla vittoria, non schiacciante, ma comunque coerente complessivamente con quello che si è visto in campo per 90 minuti.

E poi c’è un altro paragone, questo molto più evidente di prima, tra poveri e ricchi: i tifosi e i giocatori. Al di là della normale e legittima incazzatura per una sconfitta, anche ieri, rincasando, vedevo gente comunque felice. Gente che, tra viaggiare stretti su un bus solo, oppure viaggiare larghi noleggiando il secondo, non ha il minimo dubbio sulla seconda scelta. Che peccato regala anche oltre 300 euro di perdita. Ma non importa, ci sarà sempre un’altra storia, un altro viaggio, dove magari metterà 5 euro in più a testa e i conti per magia li farà quadrare ancora. Gente che anche ieri, tra bus, biglietto e cibo, ha speso quanto una spesa settimanale al supermercato, e queste cose sul bilancio di una famiglia pesano eccome. Eppure ho visto gente felice, perchè ha trascorso comunque una giornata lontana dalle beghe in ufficio, dai problemi personali, dalle ansie e i litigi col proprio partner e si è svagata. Questi siamo noi. Per questo quando poi, per puro caso o forse perchè ce la siamo andati a cercare, incontri la tua squadra in autogrill al ritorno, e vedi che metà nemmeno scende dal bus, e l’altra metà sembra di ritorno dal funerale di un parente stretto, ti girano i coglioni. Percepisci che non hanno la benchè minima voglia di apprendere lezioni di vita, che non hanno il benche minimo interesse del fatto che magari qualcuno ha rinunciato a un mese di pizze e birre con gli amici per essere lì per loro, ma hanno solo la forza (e nemmeno tutti) di dirti che “sono un po’ demoralizzati”. Io non sono toscano e non uso come intercalare il “morite male”, ma un sano “andate a fare in culo” mi è venuto da dirglielo in faccia ad ognuno di loro. Non è una frase fatta, o forse sì, ma se davvero avessero loro la fame che abbiamo noi tifosi, e la voglia di essere protagonisti quanto lo siamo noi, le cose andrebbero meglio, ma credo anche che ci sia un limite mentale nei giocatori che non li potrà mai fare capire questo banale ragionamento. O sei con Siena, o sei contro Siena, o sei giocatore o sei tifoso. Le vie di mezzo, lo dimostrano i fatti di questo racconto, non possono esistere.

Ore 23,30 rincasavo. Come sempre ad accogliermi solo il gatto, perchè agli altri membri della casa di solito basta collegarsi su qualche social network dopo la partita per leggere il quantitativo di Santi e Madonne e Dii che lancio via rete (e non solo) quando le cose vanno male per capire che è meglio attendere il giorno dopo prima di interagire con me. Lunedì mattina entrerò in ufficio con la speranza di non ricevere nessuna convocazione dei servizi segreti senesi, e con la certezza che a Novarello qualcuno “è un po’ demoralizzato”. E poi dovrei anche dare retta a chi sostiene che il Lunedì non sia una giornata di merda?