Contro la casta del calcio. Puntata n°1

Siamo in piena campagna elettorale, e il tema della guerra alle tante caste italiane è ai primi posti di diversi schieramenti politici. Nel mondo del calcio ci sono diverse caste, che ovviamente nessuno (o pochi) combattono e che meriterebbero almeno di essere discusse. La prima casta è quella degli allenatori, ma ce ne sono altre che affronteremo in futuro.

Essendo uno che non ha mai giocato a calcio a nessun livello agonistico, se non da piccolo nelle giovanili di qualche squadretta, contesto da sempre il principio che di calcio possa parlare solo chi ci ha giocato e quindi, un allenatore debba essere un uomo che proviene dal calcio giocato. La contesto perchè è una teoria idiota, in base alla quale gente come Arrigo Sacchi e Josè Mourinho non avrebbero mai potuto e dovuto allenare, visto che non hanno un brillante passato sui campi di gioco. Eppure non c’è niente da fare: gli allenatori sono sempre gli stessi, e quelli nuovi sono quasi sempre ex giocatori che intraprendono questa carriera. Per carità, un po’ è fisiologico e naturale, ma il mondo del calcio e degli allenatori si sta chiudendo sempre di più, tanto da diventare una vera e propria casta di eletti. Se hai fatto parte di questo mondo hai diritto a continuare a farne parte, altrimenti sei fuori. Il problema non nasce solo “a monte” come la maggior parte dei problemi, ma nasce “a valle”, ovvero dal basso. Ci sono tantissimi allenatori che partono dalle giovanili e dalle categorie basse, tipo la terza categoria che spesso sono giovani amanti del calcio, che dedicano per passione tantissimo tempo ad allenare squadrette e percepiscono come stipendio, quando va bene, una pizza con tutta la squadra a Natale e a fine anno. Per poter allenare queste categorie serve un patentino che si può conseguire abbastanza facilmente e a basso costo. La terza categoria, per intenderci dove giocano gli orange, è una categoria riconosciuta dalla Federcalcio, ma non ci girano soldi. Eppure migliaia di giocatori e centinaia di allenatori iniziano proprio da lì. Siccome è tutto troppo semplice e soprattutto accessibile, succede che Renzo Ulivieri, Presidente dell’Assoallenatori, decide di incatenarsi alla FIGC e di minacciare lo sciopero della fame, denunciando lo scandalo di una norma che “permette a chiunque di allenare dalla prima categoria in giu”, ed ovviamente trova subito consensi.

Che cosa ottiene Ulivieri? Ottiene che a partire dalla stagione 2014/2015 (il prossimo anno i non allenatori godranno di una deroga speciale) per poter allenare dalla prima categoria in giù occorrerà uno speciale patentino conseguibile dopo la frequentazione di un corso. Detta così non ci sarebbe nulla di scandaloso, se non fosse per il fatto che, in tutta la Regione Piemonte, il primo corso è stato tenuto ad Asti, dalle ore 17 alle ore 23 di tutti i giorni lavorativi, ha avuto la durata di circa sette mesi ed un costo esorbitante. Si sono accorti di aver esagerato e sono corsi subito ai ripari: presto inizierà un nuovo corso a Torino, che durerà solo tre mesi, 5 giorni su 5 (intervallati in tre sessioni) e stesso costo. A prescindere dalla spesa, che comunque è un problema perchè la Società dice “perchè devo investire una somma importante su un allenatore che magari, conseguito il patentino, mi saluta il giorno dopo?” e l’allenatore dice “perchè devo investire io una somma importante e poi la Società mi esonera un mese dopo?” rimane la questione fondamentale: chi può permettersi di lasciare il proprio lavoro per qualche mese per affrontare un corso a diverse centinaia di km dalla propria abitazione? Nessuno se non un giocatore a fine carriera. Quindi molto presto gli allenatori “fatti da soli”, nati e cresciuti su campetti di periferia dovranno lasciare il posto a una marea di fancazzisti o di ex giocatori. Perchè non si sa come mai, un ex giocatore si trova subito ad allenare nelle massime serie e non viene mai detto se, per qualche mese, prende la sua auto e si fa il corso a qualche centinaio di km con una full immersion di nozioni tecniche.

La professione dell’allenatore di calcio è nei fatti una casta simile a quella dei notai, dove se hai un parente notaio è facile  proseguire rilevando l’attività, altrimenti è impossibile. Qui non è essenziale avere un parente allenatore, ma lo è essere un ex calciatore.  Ma se può essere comprensibile che il ruolo di allenatore a massimi livelli non possa essere un ruolo accessibile a tutti, non si capisce il motivo per cui debbano esserci questi vincoli anche dalla prima categoria in giù. Anzi, a pensarci bene ci sono un paio di spiegazioni. La prima è che chi ha partorito queste idee evidentemente non ha la minima idea di cosa voglia dire allenare nelle categorie dilettantistiche, e la seconda è quella di voler rafforzare il concetto che l’allenatore debba sempre e comunque essere oggetto di una  contrattazione economica, perchè ottenere quel patentino non sarà facile, e quindi chi lo avrà potrà farlo pesare economicamente alle Società. Voi avete idea di quanto possa guadagnare una Società media di seconda o terza categoria? pensate ad una cifra bassissima e mettetela sotto la radice quadrata. Poche potranno permettersi un allenatore “vero” anzi, pochi allenatori diventeranno “veri”.

Il concetto della meritocrazia e del partire dal basso verrà presto cancellato a favore di un numero chiuso pilotato dalla Federcalcio. Giovani allenatori fatevene una ragione. Mourinho lo sfiderete solo alla Playstation.

ulivieri