L’Hiroshima del Rett.

Niente, è un Martedì pomeriggio piovoso. Ti squilla il cellulare mentre sei in ufficio e vedi che è tua moglie. “Pronto?” “Si ciao ascolta, son già d’accordo con gli altri, stasera ricordati di lasciarmi giù i soldi e i tuoi documenti che domani mattina vado io a prendere i biglietti per tutti per Modena. Vengo anche io”. Mia moglie vuole venire in trasferta. No, parliamone. La frase è semplice, il concetto è ancor più facilmente comprensibile, e alla vigilia del 2013 non può più esistere nessuna forma di discriminazione sessista nei confronti dello stadio. E’ pieno di donne che ci credono eccome. Appunto. Donne degli altri. Alla mia non è mai fregato una beata mazza del calcio. Tendenzialmente simpatizza Milan, ma solo perchè il boa ha giusto un paio di addominali più scolpiti dei miei. Tendenzialmente le stanno sul cazzo tutti quelli come me che urlano, sbraitano, bevono, puzzano, fumano e fanno rissa dentro e fuori dagli stadi. Tendenzialmente odia le forme di fanatismo dei tifosi e tendenzialmente non sopporta il freddo. Eppure, dopo quasi 11 anni di onorata carriera a litigare e a sfancularci in nome di una passione a noi non comune, porto mia moglie allo stadio. E la porto in trasferta, in pullman, insieme ad altra gente geneticamente predisposta all’urlare, sbraitare, bere, puzzare, fumare e fare rissa dentro e fuori dallo stadio. Forse ho vinto la battaglia. Una dura battaglia senza esclusioni di colpi, dove ad entrambi è stato concesso l’uso della violenza psicologica, dell’infame ricatto e di loschi sotterfugi al fine di guadagnarsi una Domenica libera piuttosto che un Sabato pomeriggio. O forse tutto ciò è solamente una strategia, l’arma finale di mia moglie per annientarmi definitivamente. Una sorta di Hiroshima del Rett.

Dicevamo, “domani mattina vado io a prendere i biglietti per tutti per Modena” equiparando la difficoltà dell’operazione a quella dell’acquisto di 5 biglietti del bus in tabaccheria. Certo, va bene. Alle ore 9,30 puntuale mia moglie si presenta all’agenzia di viaggi (perchè come sapete i biglietti per le trasferte si comprano in questi posti ndRett.). Ora, ognuno ha il suo carattere. Ma siccome mia moglie ha un livello di sopportazione del genere umano prossimo allo zero, e una flessibilità nel gestire le controversie tra umani pari a quella che può avere una sequoia secolare della California, alle 9,40 circa arriva già la prima whatsappata : “questa è rincoglionita, mi sta già sul cazzo, adesso la mando a cagare”. Quattro minuti dopo la seconda whatsappata: “Vibo Valentia in che cazzo di provincia si trova? No perchè il sistema non riconosce la città e non gli danno il biglietto allo Scarda”.

Ogni persona ha un punto debole, un tallone d’Achille che lo può mettere in difficoltà. Siamo sempre essere umani. Ma non il sistema di gestione di biglietti della VivaTicket. Quello no. Quello è una macchina, e non può percepire l’importanze dell’epocale evento di Mrs. Rett. E quindi blocca la vendita di un biglietto a una persona che fa circa 15 trasferte all’anno, e che evidentemente è già registrata in qualsiasi software, perchè la città di nascita (Vibo Valentia ndRett.) non è stata censita nei loro sistemi, e per la VivaTicket non esiste che un italiano possa essere nato lì.

Esiste poi il principio del “culo del principiante”, che in questa storia è rappresentato da mia moglie, alla prima esperienza in fatto di incazzature per acquisto biglietti di settore ospiti. Ovvero, per Modena Novara, è consentito il “porta un amico”. E quindi è riuscita in cinque minuti a non risolvere la problematica del mancato riconoscimento nel database della città di Vibo, ma ad acquistare il biglietto per l’amico associandolo alla mia tessera del tifoso.

Insomma, siamo a mercoledì e stiamo già 1-0 per lei. Sento il rumore dei nemici avvicinarsi. L’Hiroshima del Rett. sta arrivando.