Più organizzazione, meno Silvie

Una delle (tante) cose che mi fanno incazzare, sono gli articoli che partono bene e finiscono male. Ovvero quelli che sembrano essere articoli di denuncia, ma poi finiscono in maniera populista, quasi da “libro cuore”, spostando il problema da un fatto concreto e reale, a puro show spazzatura di dubbia utilità.

Il premio “buona occasione per tacere” del giorno lo vince Roberto Tortora, che nel suo articolo su Corriere Milano ci racconta le vicessitudini di migliaia di tifosi per assistere alla partita della Nazionale contro la Danimarca di Martedì scorso a Milano. Perchè mi ha fatto incazzare questo articolo? Perchè basta andare ad una qualsiasi partita a San Siro per notare una certa disorganizzazione generale. Il tutto a partire dagli ovvi disagi creati dai cantieri della nuova linea metropolitana, e che diminuiscono clamorosamente i posti auto nel parcheggio e ingolfano l’uscita a fine partita, fino ad arrivare alla gestione dei biglietti. Si, perchè le interminabili code ai botteghini, anzi, ai container (perchè di questo si parla) di migliaia di tifosi che hanno acquistato su internet i biglietti, con conseguenti scene di panico e nervosismo, capitano ad ogni singola partita. Ma se è vero che per una partita di campionato il disagio si riesce a limitare ai soli tifosi in attesa di consegna materiale della tessera del tifoso (che sappia obbligatoria per chi acquista biglietti on line, almeno per l’Inter ndRett.), è altresì vero che questo sistema di consegna inevitabilmente avrebbe causato la paralisi se operativo in un contesto di 35-40.000 tifosi totalmente sprovvisti di tessera e, per definizione, provenienti da realtà di tifo differenti, città differenti e prevendita massiva via internet. Non è questione di essere esperti delle dinamiche di calcio per capirlo, basta frequentare San Siro per vedere che tante cose non funzionano.

Mentre leggevo questo articolo, la prima cosa che ho pensato è stata “Finalmente!“. Finalmente qualcuno ha avuto le palle di scrivere che le cose non vanno bene. Ma poi proseguo nella lettura e mi sono caduti i coglioni.

Silvia, studentessa fuorisede di 27 anni, è alla sua prima esperienza allo stadio. Quando riesce finalmente ad entrare e l’incubo sembra finito, ecco la sorpresa: non può raggiungere il posto che ha scelto e pagato con largo anticipo per via della confusione generale ed è costretta a sistemarsi alla meglio sulle scale stretta tra gli altri, in una condizione di disagio fisico e psicologico totale. «Soffro di attacchi di panico tra la follama per l’Italia e per la voglia di ammirare uno stadio come quello di San Siro avevo deciso di affrontare le mie paure», racconta Silvia al termine della partita. «Dopo quello che ho vissuto, il freddo che ho preso per quasi due ore ed i soldi spesi a vuoto, senza vedere i gol di Montolivo e De Rossi, senza nemmeno poter cantare l’inno, penso che sia stata per me la prima e l’ultima volta allo stadio».

Premesso che un San Siro con 35-40K spettatori (di cui molti ospiti sistemati in una zona differente da quella della nostra Silvia) è uno San Siro vuoto, e quindi nutro forti dubbi sul fatto abbia trovato posto solo sulle scale, la domanda in stile Marzullo che mi viene spontanea è : “Silvietta, mia dolce e implume amica tifosa, soffri di attacchi di panico tra la folla e vai a San Siro?” E poi, cara la nostra Silvietta, 10-11 gradi non è prendere freddo. Dai retta a un pirla come me che ha visto partite a -16 gradi.

Con grande abilità e velocità, quindi, la questione disorganizzazione viene subito abbandonata per arrivare a sostenere, in forma più o meno subliminale,  la solita tesi in base a cui i tifosi non vanno più allo stadio perchè è tutto uno schifo, si rischia di morire, è scomodo, si vede male e ci sono le tribù di cannibali che ti mangiano. Il tutto argomentandolo in maniera pressapochista e risibile.

San Siro (inteso come stadio in tutti i suoi aspetti, quindi dai parcheggi ai cessi) ha oggettivamente dei problemi. Ma questi problemi in parte sono dovuti a lavori temporanei, e comunque i disagi non sono tali da necessitare l’intervento della protezione civile. Mi assumo il rischio di dire una cazzata, ma sono certo che il profilo medio del tifoso accorso a San Siro Martedì sera è di quello che allo stadio non ci va mai. Intendiamoci, è legittimo che chi non va allo stadio possa invece essere attratto dalla Nazionale o da eventi di massa come quello, però sarebbe intelligente informarsi su come funzioni uno stadio. Perchè NON si può pretendere di comprare un biglietto su internet e presentarsi poi mezz’ora prima dell’inizio in biglietteria e dire “beh, dove è il mio biglietto?“. Allo stadio si va per tempo. Questa è la prima legge non scritta di un tifoso di calcio, soprattutto per una partita che esce dai canoni della normalità, e quindi è soggetta a imprevisti non sempre gestibili immediatamente (per esempio masse di persone che non sanno riconoscere la differenza tra una poltrona arancio da una blu, e che in campionato non vedi mai)  Che, se ci pensate, è anche una questione di buon senso applicabile anche ad altri eventi. Provate voi ad acquistare un biglietto on line per un concerto degli U2, e presentarvi un’ora prima in biglietteria a Milano o Roma con la ricevuta, poi mi dite a che ora entrate a vedere il concerto.

Cari giornalisti, abbiate il coraggio di dirlo. Ditelo forte e chiaro, ma senza utilizzare le Silvie di turno, bensì provando con la vostra pelle e col vostro portafoglio come possa essere difficile comprare un biglietto, fare una trasferta o portare una bandiera. Perchè altrimenti si perde di credibilità e non si verrà mai ascoltati. La nostra amica Silvia, se soffre di panico tra la gente, ha freddo a 10 gradi  e le pesa perdere ore per un biglietto, starà male anche al Parken Stadion di Copenaghen. E la sua bicicletta parcheggiata lì fuori, a poco le servirà.